Italia, ecco il primo hurrà. Ma vietato esaltarsi

L’Italia ottiene i primi tre punti europei e lo fa contro quella che, fino a ieri sera, era dipinta come l’avversaria peggiore nel girone (e candidata alla vittoria finale)  e quella contro la quale ben poco la truppa del cittì Antonio Conte avrebbe potuto fare. Ma il calcio, si sa, è materia fluida priva di algoritmi che ne permettono la lettura, capace di regalare sorprese ed emozioni. Così è stato, un successo che ha nel grido di gioia di Giaccherini, nella smorfia di dolore del bomber Pellè, nel volto teso e sanguinante di Conte e nella grinta di Bonucci e Buffon le espressioni che meglio raccontano una serata che in parte ha avuto del memorabile.

Una squadra coriacea e sagace, che non si è lasciata intimorire e che è scesa in campo consapevole che avrebbe affrontato con torce e forconi avversari armati di sciabola e moschetti. Conte ha messo in campo una testuggine i cui componenti hanno dato il massimo in termini di rabbia, abnegazione e agonismo, che sono poi quegli ingredienti che il condottiero leccese aveva chiesto alla vigilia e che, detto onestamente, sono gli unici che possiamo permetterci di mettere in campo. Perché di meriti l’Italia ne ha avuti parecchi, ma meno dei demeriti del Belgio.

La Jeunesse dorée guidata da Wilmots ha dissipato un patrimonio tecnico e tattico irripetibile, schiantandosi contro le barricate azzurre e mostrandosi pericolosa in poche occasioni (Lukaku e Origi su tutti), più casuali che frutto di una vera e propria trama di gioco. Se il compianto Cruijff commentò la finale di Coppa del Mondo persa contro la Germania Ovest nel 1974 affermando “quella finale non l’ha vinta la Germania, l’ha persa l’Olanda!”, onestamente è sembrato che tale copione sia valido anche per quanto visto a Lione ieri sera.

Il primo gol è frutto di un errore da matita blu della retroguardia belga, che si è fatta sorprendere malamente anche da schierata da un lancio lungo di Bonucci addirittura partito prima della metà campo, sul quale Giaccherini si è avventato battendo un incolpevole Courtois; il secondo è arrivato al termine del più classico dei contropied, di cui l’Italia è tradizionalmente maestra, e che ha parzialmente cancellato i pasticci in fase di ripartenza dopo un vero e proprio assedio degli avversari imbastito in maniera confusionaria e priva di idee. A partire dagli interpreti più attesi: De Bruyne impalpabile, Nainggolan troppo nervoso (anche se è suo un tiro velenoso che impegna Buffon nel primo tempo), Hazard regala sprazzi di alto calcio, Lukaku soffre terribilmente la guardia di Bonucci e Chiellini, Fellaini è l’uomo meno adatto per guidare l’impostazione della manovra. Giusto sottolineare i meriti di Conte, capace di trasmettere esattamente la sua idea di calcio, ma non vanno tralasciate le colpe del fallace piano di battaglia del generale Wilmots.

Ora occhio alla trappola “da seconda partita”, che sovente ha riservato agli Azzurri amare sorprese: Croazia 2002, Stati Uniti 2006, ancora la Croazia nel 2012, Brasile 2013, Costa Rica 2014 giusto per fare qualche esempio. Quello di cui dispongono gli Azzurri e che possono mettere in campo, al di là della curiosità legata ad alcuni protagonisti che ieri non sono scesi in campo (Insigne, El Shaarawy e Bernardeschi su tutti) si è visto per intero o quasi. Nessuna illusione, solo tanto lavoro, umiltà e testa bassa: ma almeno in queste cosa sappiamo che Conte difficilmente sbaglia.

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